La scrittura di Georges Simenon nasce da un bisogno continuo di osservare e di muoversi. Nella sua vita i cambi di città, di case e di paesi non sono episodi isolati, ma una costante che accompagna anche il lavoro sulla pagina. Parigi resta il suo punto di riferimento, ma è nei luoghi più quotidiani, tra bar, mercati e persone comuni, che prende forma il suo sguardo.
In In Francia con Georges Simenon, Riccardo De Gennaro segue i suoi spostamenti per ricostruire una biografia che coincide con un modo di scrivere. Il libro tiene insieme vita e opera, mostrando come ogni luogo attraversato entri nei romanzi e nei reportage.
In questa intervista a cura di Maria Camilla Brunetti, responsabile della collana, De Gennaro racconta il primo incontro con Simenon, il senso della sua irrequietezza e il metodo con cui ha costruito il libro, a partire dai suoi indirizzi, dai testi e dai ricordi.

Intervista a Riccardo De Gennaro | In Francia con Georges Simenon
Di Maria Camilla Brunetti
Come entra la scrittura di Simenon nella tua vita?
Grazie alla pubblicazione, a metà degli anni Ottanta, di un suo romanzo a puntate sul «Corriere della Sera». Era L’uomo che guardava passare i treni. Lavoravo al «Sole-24Ore»: mi ritagliai tutte le puntate, che mi leggevo la notte. Fui estremamente colpito dal suo stile lineare, ma rigoroso, in grado di scolpire un personaggio, renderlo vivo e farlo muovere nelle più incredibili situazioni. Da quel momento non ho mai abbandonato Simenon.
Il sottotitolo di In Francia con Georges Simenon è: Un uomo in fuga. La biografia di Simenon, in effetti, è una toponomastica privata densa di spostamenti, traslochi, nuove abitazioni, viaggi, attraversamenti e segnata costantemente da profondissima inquietudine. Da cosa fuggiva Georges Simenon?
Ci sono numerosi momenti della sua vita in cui sentì l’urgenza di fuggire e per ragioni diverse. Dapprima da Liegi e dalla famiglia, poi – quando si sente letteralmente soffocare da un eccesso di mondanità – da Parigi. In seguito, dalla Francia per sottrarsi a coloro che lo accusavano di collaborazionismo, infine dall’America di cui si era stancato. Il fatto che abbia cambiato trentatré indirizzi parla chiaro. Fuggire in continuazione, fino a stabilirsi in Svizzera, rispondeva all’esigenza di trovare sé stesso, un equilibrio e, nello stesso tempo, di liberarsi da un senso di colpa che gli era stato inoculato dalla madre cattolica, la quale non aveva nessuna stima nei suoi confronti.
La scrittura di Simenon è troppo spesso identificata nei soli suoi testi dedicati al commissario Maigret. Ma la sua produzione, estesissima ed eterogenea, attraversa registri stilistici, temi e trattazioni molteplici. Penso ai suoi reportage narrativi o ai suoi romanzi-romanzi o romanzi duri. Come puoi descrivere l’approccio di Simenon all’atto di scrivere? Cosa lo portava a quell’apparente inesauribile vena creativa che gli ha permesso una prolificità di scrittura sorprendente?
Simenon non poteva vivere senza scrivere. Per lui era come respirare. La sua vena creativa sgorgava dalla sua grande capacità di osservazione e di comprensione degli uomini, che emerge sia nei romanzi che nei reportage. Anche quando andò in giro per fiumi e canali, nonché per il mar Mediterraneo, il posto d’onore nella sua barca era quello della macchina da scrivere, che gli consentiva di mantenere la moglie e i figli e di pagarsi i viaggi.
Nelle pagine di In Francia con Georges Simenon leggiamo: Lo lasciano indifferente le riunioni e i reading dei poeti alla Closerie des Lilas, il Quartiere latino, la Sorbona. La sua bussola lo conduce piuttosto ai mercati generali di Les Halles, dei quali descriverà l’atmosfera in più di un romanzo, raccontandone perfino il declino e l’imminente, triste, demolizione dei padiglioni in ferro e vetro, in La morte di Auguste e, pochi anni dopo, in Maigret e il commerciante di vini. (…) Oppure nei bar frequentati da gente umile, lavoratori, autisti di taxi, prostitute, piccoli delinquenti, come quello che stava all’incrocio tra rue Montmartre e boulevard Poissonnière, aperto giorno e notte, sempre immerso in una luce verdastra, dove sul bancone a mezzaluna “un sostegno di fil di ferro reggeva una piramide di uova sode”.
Cosa ha rappresentato l’arrivo a Parigi per Georges Simenon – per il suo sguardo, per la sua produzione letteraria, per la sua vita – e come emerge Parigi, la sua Parigi, nelle pagine dei suoi romanzi?
Nonostante abbia girato il mondo, ovunque si trovasse, Parigi è sempre stata il suo punto focale. Negli anni Venti ne perlustrò tutti i quartieri, memorizzando facce, luci, suoni, colori, odori, impressioni, che utilizzerà anche quando non vi abitò più. Non a caso Maigret, protagonista di 75 romanzi, è un commissario della polizia giudiziaria di questa città, che non lascia se non in rare occasioni. Nei dieci anni trascorsi negli Stati Uniti, Simenon scrisse molti più romanzi ambientati in Francia che in America. Possiamo dire che Parigi, con i suoi abitanti, è stata la sua musa.
Come dicevamo, la produzione letteraria di Simenon è corposissima. Come hai organizzato il lavoro per la scrittura di In Francia con Georges Simenon? Come è nata la struttura del libro, come hai proceduto nel lavoro di ricerca e poi si scrittura, per ricostruire non solo la traiettoria ma anche la toponomastica intima di una biografia eccezionale?
Ho seguito i suoi traslochi. Il libro è infatti suddiviso in sei capitoli, ognuno dedicato a un luogo geografico differente in ordine cronologico. Per quanto riguarda la toponomastica ho sovrapposto i dati della sua autobiografia, Memorie intime, con le indicazioni dei suoi romanzi, che contengono tutti, ripeto tutti, importanti risvolti autobiografici. Simenon non solo scavava nei propri ricordi, ma saccheggiava anche la vita dei suoi amici e soprattutto dei suoi parenti: Pedigree, ad esempio, è una bellissima saga familiare che parla degli anni vissuti a Liegi.
Cito dalle pagine di In Francia con Georges Simenon: “Con Ginette fu amore a prima vista. No, Ginette non è una delle diecimila donne (ottomila le prostitute) che Simenon dirà di aver avuto dall’età di tredici anni in un’intervista all’amico Federico Fellini apparsa su «L’Express» nel febbraio 1977, ma il nome della sua prima barca, o – per meglio dire – di una barchetta di seconda mano, lunga quattro metri e cinquanta, larga un metro e sessanta con un motore che raggiunge al massimo la velocità di dodici chilometri l’ora”. Ho amato particolarmente il capitolo del tuo libro che si apre con questa citazione. Possiamo parlare di questa fase della vita e della produzione di letteraria del Simenon degli anni di Ginette e, più in generale, di quel certo nomadismo che animava Simenon?
Hai detto bene: nomadismo. Per lui gli anni trascorsi in barca (nei canali della Francia, nel Mediterraneo e nei canali del Nord), sono anni fondamentali. Qui, dopo i momenti di ebbrezza vissuti a Parigi, scopre quella che definisce la “vera Francia”. Non solo: a bordo del suo nuovo cutter, l’Ostrogoth, acquistato dopo aver venduto Ginette per poter affrontare viaggi più rischiosi, darà vita per la prima volta al commissario Maigret. Più in generale, il suo proposito, come Simenon ha precisato molte volte, è sempre stato quello di cercare “l’uomo nudo”. Ovvero l’uomo senza sovrastrutture, pregiudizi, ipocrisia, privo di maschere, di orpelli, di tutte le protezioni garantite dalla morale, dall’anagrafe e dal codice civile; l’uomo in quanto uomo, non come si mostra in società, ma l’animale vulnerabile, preda di una sorta di paura primordiale. E questo nella provincia francese, così come in Africa, nell’Est europeo, a Cuba, a Tahiti o nelle Galapagos. L’avrà trovato? Sicuramente, dopo aver deciso di smettere di scrivere, nel 1972, dopo la morte della madre e il suicidio della figlia, lui si spoglierà di tutto e, riflettendo sulla sua vita, si domanderà se valeva davvero la pena scrivere tanto (oltre 400 libri, per non parlare dei racconti e degli articoli di giornale) e affannarsi ogni giorno per inseguire la celebrità e la ricchezza, che in fin dei conti sono cose effimere.
L’autore
Riccardo De Gennaro ha lavorato per oltre vent’anni come giornalista prima a «Il Sole 24 ORE» e poi a «La Repubblica». Ha pubblicato i romanzi I giorni della lumaca (Casagrande), La Comune 1871 (Transeuropa), La realtà pura e Il quarto piano (entrambi per Miraggi), oltre al libro-reportage Mujeres (Manifestolibri) e a La rivolta impossibile (Ediesse), la prima biografia di Lucio Mastronardi. Ha fondato e diretto per quindici anni il trimestrale «il Reportage» ed è stato anche direttore della rivista letteraria «Maltese narrazioni».
