Parlare di Twin Peaks significa addentrarsi in un luogo che non è soltanto geografico, ma mentale, simbolico, quasi mitologico. Una cittadina che esiste e non esiste, sospesa tra boschi reali e stanze impossibili, tra il quotidiano e l’incubo, tra ciò che vediamo e ciò che preferiremmo non vedere.

In A Twin Peaks con David Lynch, Mattia Madonia ricostruisce la nascita e l’evoluzione di questo universo, seguendo i passi, e gli sguardi, che hanno definito l’estetica lynchiana.

In questa intervista a cura di Maria Camilla Brunetti, responsabile della collana, ripartiamo dall’inizio: dal primo incontro dell’autore con la serie, da quel “rito d’iniziazione” che cambia per sempre il modo di guardare le immagini, le storie e i loro silenzi. Da lì, esploriamo la collaborazione tra Lynch e Frost, la complessità dei luoghi reali e simbolici della serie e le ragioni che hanno reso Twin Peaks un’opera di culto transgenerazionale.

Intervista a Mattia Madonia | A Twin Peaks con David Lynch

Di Maria Camilla Brunetti

Raccontare un luogo diventato negli anni vero e proprio tòpos nellimmaginario collettivo di milioni di persone in tutto il mondo deve essere stata una sfida importante. Vorrei, per questo, partire dallinizio, dalla tua relazione da spettatore” con  luniverso di Twin Peaks. Come e quando è entrato nella tua vita e quali sono i tuoi ricordi di quelle prime visioni”. In che modo questopera ha influenzato poi il tuo sguardo sul linguaggio e sulla scrittura?

Quando si parla di Twin Peaks l’iniziazione è sempre un rito sconvolgente, trattandosi di un’opera che ribalta tutti i canoni televisivi. Vidi la prima puntata una quindicina d’anni fa, in compagnia di un caro amico, e in poche settimane divorammo le prime due stagioni e Fuoco cammina con me. Poi, anni dopo, seguimmo in diretta Il Ritorno, la terza stagione. A rapirci fu quel confine mai delineato tra realtà e mondo onirico, così come il contrasto tra l’inquietudine e l’ironia grottesca tipica di Lynch. Twin Peaks ha condizionato il mio modo di percepire il “non visto” e il “non detto” anche nelle opere scritte. Penso al realismo magico di parecchi scrittori sudamericani, ai temi cari a Kafka, alla quotidianità sospesa di Carver e, nel mio piccolo, alla mia stessa scrittura, ormai influenzata da quell’aggettivo entrato in molti dizionari in giro per il mondo: “lynchiano”.

Sulla genesi di unopera come Twin Peaks, scrivi ampiamente in A Twin Peaks con David Lynch. Il progetto è frutto della collaborazione tra David Lynch e lo sceneggiatore Mark Frost. Possiamo approfondire limportanza di questa collaborazione nella costruzione dellimmaginario lynciano e, nello specifico, nella creazione di un universo come quello di Twin Peaks?

Non avremmo avuto Twin Peaks senza Mark Frost. O, almeno, l’avremmo avuta con connotati diversi. Frost e Lynch iniziarono a collaborare subito dopo Velluto blu, e già le prime bozze di sceneggiature scartate ci mostrano l’intenzione di aggiungere il mistero e il surrealismo dentro un contenuto che doveva arrivare al grande pubblico. Gli anni Ottanta erano Dallas, le soap opera, una televisione di plastica che seguiva fedelmente l’epoca del disimpegno abbracciata da Reagan negli Stati Uniti e da altri personaggi in giro per il mondo. Noi stessi, in Italia, entrammo a contatto con le televisioni commerciali di Berlusconi e con un appiattimento culturale di portata notevole. Lynch e Frost volevano usare lo stesso medium, la televisione, ma rivoluzionando la fruizione di un prodotto che poteva essere anche artistico, non solo mero intrattenimento. I due erano complementari, riuscivano a dosare gli eccessi dell’uno e dell’altro senza rinunciare alla sperimentazione. Spesso crediamo erroneamente che certi simbolismi siano opera di Lynch, mentre in molti casi è stato Frost a inserirli all’interno di Twin Peaks, avendo un forte interesse per l’occultismo e per la teosofia.

Quali sono stati, se ce ne sono stati, gli elementi di maggior complessità nel raccontare il paesaggio simbolico, metaforico, artistico e di toponomastica reale, incarnato da Twin Peaks? Come hai proceduto nellorganizzazione dei materiali per questo libro?

È stato complicato raccontare i luoghi di Twin Peaks che esistono davvero. Se per la Red Room o altri posti che sono stati ricreati in studio l’analisi poteva basarsi sull’opera in sé, per i paesaggi, i bar, i locali, le case e le strade che qualunque turista può visitare mi sono aggrappato a una domanda: perché sono stati scelti da Lynch e Frost?

Ho quindi studiato la genesi dell’opera fino ad arrivare ai loro viaggi per trovare le location giuste. In molti casi le scelte sono dettate da elementi scenici e da una questione di coerenza con la sceneggiatura, dunque le immagini che avevano già creato nella loro mente con cascate, sicomori, abeti, case di legno, ponti e fiumi. Spesso, però, Lynch si è affidato esclusivamente all’istinto. Una visione, un sesto senso, a costo di ribaltare lo script per seguire ciò che la sua immaginazione rendeva più adatto al suo progetto, in riferimento ai luoghi che gli si presentavano davanti. La geografia di Twin Peaks è anche, o soprattutto, una mappa nella testa di Lynch.

Quali ritieni siano gli elementi che hanno reso Twin Peaks unopera di culto, a livello internazionale e transgenerazionale? La rivoluzione che ha apportato in termini di linguaggio televisivo? La potenza visionaria di una scrittura immaginifica? Libridazione dei generi? I riferimenti simbolici nella trattazione? La complessità dei personaggi? 

Un po’ tutti questi elementi, certo, e averli assemblati in un contesto storico in cui il mondo stava cambiando – crollo dell’Unione Sovietica, abbandono graduale della faciloneria degli anni Ottanta, scossoni geopolitici – ha reso l’opera così d’impatto proprio per avere la caratteristica di essere fuori dal tempo, di non poter essere incastonata in nessun ciclo storico. Twin Peaks trascende il tempo, credo che sia questa la sua vera forza. Inoltre disorienta lo spettatore perché non offre un prodotto da consumare e buttare via, ma resta incollato alle membrane della memoria grazie alla trasversalità del messaggio. Può parlare di vita e di morte, del crollo della media borghesia, del doppio, delle nostre paure, di ciò che succede in una cittadina qualunque ad abitanti qualunque. C’è una Twin Peaks in ogni nostro luogo e tempo. Nonostante i tratti all’apparenza paranormali, è proprio l’universalità del messaggio a rendere l’opera aderente al vissuto di ognuno di noi; in questa vita o in un’altra, nella realtà o nel sogno.

La mia impressione è che Twin Peaks, per il suo impatto sullimmaginario collettivo condiviso, rappresenti uno spartiacque, che delinei quindi un prima e un dopo. Sei daccordo?

Sì, concordo. La serialità televisiva – e non solo – non è stata più la stessa. Senza Twin Peaks non avremmo mai avuto X-Files, Lost o altri prodotti che hanno spinto le serie TV in una direzione meno comoda, più autoriale. Stiamo parlando di un prodigio che ha sconquassato le logiche televisive a cui tutti erano abituati. Anche a livello estetico Twin Peaks è stata ripresa e omaggiata in tutte le salse, segno di una venerazione che ha toccato anche il mondo dei videogiochi, del fumetto, della letteratura, persino della musica. Di solito non amo l’uso e l’abuso del termine “iconico”, ma per Twin Peaks non riesco a trovare parole più pertinenti per descrivere l’impatto che ha ancora oggi nelle nostre vite.

L’autore

Mattia Madonia è nato a Catania nel 1988, ha pubblicato i romanzi Che vuoi che sia nel 2014 per Terre Sommerse e Mahut nel 2019 per Baldini+Castoldi. Compone musiche e testi e scrive articoli di politica, attualità, storia e cultura per la testata online The Vision, di cui è direttore responsabile dal 2024.

ACQUISTA IL LIBRO