La Roma di Pier Paolo Pasolini non è mai un luogo stabile: è una città che si attraversa, che si trasforma mentre la si guarda, che lascia dietro di sé tracce e cancellazioni. È fatta di fiumi, borgate, quartieri in mutazione, e di uno sguardo che non smette di interrogare ciò che resta e ciò che scompare.

 

In A Roma con Pier Paolo Pasolini, l’autore segue questi spazi come linee di tensione più che come coordinate fisse, intrecciando testi, camminamenti, biografia e visione poetica. Ne nasce una mappa irregolare, in cui ogni luogo contiene un frammento della città ma non la esaurisce mai.

 

In questa intervista a cura di Maria Camilla Brunetti, responsabile della collana, approfondiamo il percorso di ricerca e scrittura, le difficoltà di tenere insieme complessità e leggibilità, e il modo in cui la Roma pasoliniana continua a parlare al nostro presente, proprio attraverso le sue fratture.

 

 

Intervista a Daniel Raffini | A Roma con Pier Paolo Pasolini

 

Di Maria Camilla Brunetti

 

Raccontare la Roma di Pier Paolo Pasolini è stato un attraversamento di spazi fisici, letterari, socioculturali e temporali. Credo sia stato un po’ come procedere alla composizione di un itinerario di persistenze e sparizioni. Come hai proceduto alla scrittura di questo testo? Da quale luogo (fisico o letterario) ha avuto inizio il tuo viaggio di autore e dove, se, si è concluso?

 

Ho pensato fin dall’inizio questo libro come un attraversamento, più che come una guida o una mappa definitiva. La Roma di Pasolini non si lascia mai possedere del tutto: si offre per frammenti, per stratificazioni, per ritorni ossessivi sugli stessi luoghi che però, nel tempo, cambiano volto o scompaiono. La scrittura è partita da un luogo preciso, che è insieme fisico e letterario: il Tevere delle prime notti romane, osservato da Pasolini appena arrivato in città, quando Roma è ancora una realtà da decifrare. Da lì ho seguito un movimento centrifugo, che conduce verso le borgate, i quartieri in formazione, le periferie come luoghi privilegiati di osservazione della mutazione urbana e antropologica. Il metodo è stato quello di tenere sempre insieme testo e spazio: leggere Pasolini camminando idealmente nei suoi luoghi, e guardare i luoghi attraverso le sue parole. Il viaggio non si conclude davvero, ma trova un punto di sospensione nell’ultima Roma, quella visionaria e frammentata di Petrolio, dove anche la toponomastica si dissolve. È lì che il percorso si apre al presente, interrogando ciò che resta e ciò che è definitivamente scomparso. 

 

A tuo avviso quali sono state le sfide più complesse nell’affrontare questo tipo di narrazione? Quali sono stati i crinali che, da studioso, hai trovato più impegnativi da indagare e rendere in parola?

 

La difficoltà principale è stata tenere insieme complessità e leggibilità senza semplificare Pasolini. Raccontare la sua Roma espone sempre al rischio di cadere in due trappole opposte: da un lato la mitizzazione, che appiattisce i luoghi in un immaginario cristallizzato; dall’altro un eccesso di specialismo critico, che allontana il lettore dall’esperienza viva dello spazio urbano. Il primo crinale impegnativo è stato proprio questo equilibrio: restare aderente ai testi, alle loro stratificazioni ideologiche e formali, e allo stesso tempo rendere anche la loro immediatezza e la loro forza comunicativa. 

 

Un secondo nodo complesso riguarda il rapporto tra biografia e opera. La Roma di Pasolini è profondamente vissuta, ma non coincide mai del tutto con la sua esperienza personale. Ho dovuto costantemente evitare una lettura riduzionista, ricordando che i luoghi pasoliniani sono sempre già trasfigurati, caricati di valore simbolico e poetico. Uno dei passaggi più delicati è stato rendere la mutazione antropologica senza che venisse letta come semplice nostalgia o profezia apocalittica: Pasolini non descrive solo una perdita, ma una trasformazione dolorosa e irreversibile del rapporto tra corpi, spazi e linguaggio.

 

Infine, il crinale forse più difficile è stato quello temporale. I luoghi di Pasolini sono attraversati da tempi diversi che non sempre convivono armonicamente: il presente della scrittura, il passato arcaico che riemerge, e il nostro presente di lettori. Rendere questa sovrapposizione senza forzarla in una linearità artificiale ha richiesto di accettare l’incompletezza, le contraddizioni, le sparizioni. In fondo, anche questo è un gesto pasoliniano: non risolvere, ma esporre la frattura come forma di conoscenza e come accettazione dell’umanità in tutta la sua imperfezione.

 

Un elemento ricorrente, nella Roma di Pasolini è il movimento. In A Roma con Pier Paolo Pasolini scrivi, “I singoli luoghi di Roma diventano tutta Roma, in ognuno di essi è racchiuso un frammento dellessenza della città. Ne deriva limmagine di una città che straborda e continuamente scappa da sé stessa, in un gioco di continuo riconoscimento e disconoscimento”. Possiamo approfondire questo passaggio del libro, e il movimento dello sguardo di Pasolini su Roma?

 

Il movimento è una categoria fondamentale per comprendere lo sguardo di Pasolini su Roma, e non solo in senso fisico. Quando scrivo che ogni luogo diventa “tutta Roma”, intendo dire che Pasolini non costruisce mai una visione totalizzante dall’alto, stabile e ordinata: la sua città emerge per frammenti in tensione, colti attraverso spostamenti continui, attraversamenti, fughe. Il movimento è prima di tutto un dispositivo conoscitivo. Pasolini guarda Roma camminando, viaggiando in autobus, sul motorino, in automobile; ma soprattutto la guarda facendo muovere i suoi personaggi. Il Riccetto, Accattone, Tommasino non sono semplicemente abitanti di quartiere: sono corpi in transito, vettori che permettono alla città di mostrarsi nella sua estensione disomogenea.

 

Questo movimento produce una percezione instabile dello spazio urbano. Roma non è mai unitaria, né riconducibile a un centro saldo. Al contrario, il centro appare spesso come un luogo opaco, attraversato senza radicamento, mentre le periferie diventano osservatori privilegiati. È qui che il gioco di riconoscimento e disconoscimento si fa più evidente: Pasolini cerca Roma, la nomina ossessivamente, la percorre, ma allo stesso tempo ne registra la fuga continua, l’impossibilità di fissarla in un’immagine definitiva. Ogni luogo contiene un frammento dell’essenza urbana, ma nessun luogo la esaurisce.

 

C’è poi un movimento dello sguardo che è anche temporale. Pasolini osserva una città in trasformazione accelerata, in cui il presente cancella rapidamente il passato senza riuscire a sostituirlo con un nuovo orizzonte simbolico. Per questo i suoi spostamenti sono spesso accompagnati da una sensazione di spaesamento: la città “straborda” perché cresce, si espande, ingloba, ma allo stesso tempo perde riconoscibilità. Lo sguardo si muove per tentativi, per approssimazioni successive, come se solo l’attraversamento potesse supplire all’impossibilità di una visione d’insieme.

 

Il movimento è anche una forma etica. Pasolini rifiuta la postura dell’osservatore distaccato: si espone, si compromette, entra nei luoghi e nelle vite, pur sapendo di restarne in parte escluso. Il suo sguardo è sempre in bilico tra immersione e distanza, tra desiderio di appartenenza e consapevolezza della propria estraneità. È proprio questa tensione a generare una Roma mobile, instabile, mai pacificata, che continua a sfuggire mentre viene raccontata. Una città che non si lascia possedere, ma solo attraversare.

 

Pier Paolo Pasolini si trasferisce con la madre a Roma il 28 gennaio del 1950, “in quella che egli stesso definirà lunica pagina romanzesca di una vita lirica”. Se dovessi delineare qui, molto brevemente, una toponomastica fisica dei luoghi imprescindibili della Roma pasoliniana, quali indicheresti?

 

Se dovessi tracciare una toponomastica essenziale della Roma pasoliniana, sceglierei pochi luoghi, non perché siano esaustivi, ma perché funzionano come nodi simbolici, punti di condensazione di intere costellazioni spaziali, sociali e narrative. Il primo è senza dubbio il Tevere. È il luogo dell’approdo e dell’iniziazione, l’asse lungo il quale Pasolini comincia a leggere la città appena arrivato. Il fiume non è solo un elemento geografico, ma un osservatorio mobile: seguendone le sponde, Pasolini attraversa centro e periferia, splendore e miseria, ed entra subito in contatto con una Roma notturna, sensoriale, “senza antichità”, che diventa la sua prima materia narrativa.

 

Un secondo luogo imprescindibile è Monteverde, in particolare l’area di Donna Olimpia. Qui si incrociano biografia e letteratura: è il quartiere del Riccetto, ma anche quello in cui Pasolini riuscirà a stabilirsi dopo anni di precarietà. Monteverde rappresenta uno snodo cruciale, perché mette in scena lo scontro tra mondo popolare e mondo borghese, tra ascesa sociale e senso di colpa, tra desiderio di appartenenza e irriducibile estraneità. È un luogo di confine, più che una periferia in senso stretto, e proprio per questo diventa paradigmatico.

 

Accanto a Monteverde, indicherei Ponte Mammolo e Pietralata, ossia l’area tiburtina. Qui Pasolini vive i primi anni romani, i più difficili, ed è qui che prende forma in modo pieno il suo rapporto con il sottoproletariato urbano. Pietralata non è solo lo scenario di Una vita violenta, ma un laboratorio umano e linguistico, uno spazio in cui la città sembra ancora in formazione, sospesa tra baracche e palazzoni, tra ruralità residua e urbanizzazione violenta.

 

Un altro asse fondamentale è quello del quadrante est, lungo vie come l’Acqua Bullicante e Tor Pignattara. Qui avvengono gli incontri decisivi con i ragazzi di borgata, qui Pasolini entra in contatto con una romanità che non è folklorica ma vissuta, aspra, corporea. È una zona meno mitizzata rispetto ad altre, ma centrale per capire il processo di immersione linguistica e antropologica dello scrittore. 

 

Grande parte dell’universo della Roma pasoliniana appartiene oggi a luoghi scomparsi, non più fisicamente “reali”. In che modo dunque, l’eco di queste sparizioni, persiste e abita il contemporaneo della città e dell’immaginario collettivo?

 

Le sparizioni sono forse l’eredità più profonda e più inquietante della Roma pasoliniana. Non si tratta solo della scomparsa materiale di baracche, prati, borgate o spazi liminali, ma della dissoluzione di interi sistemi di vita, di relazioni, di linguaggi. Tuttavia queste assenze non sono vuoti inerti: continuano ad abitare la città come tracce fantasmatiche, come strati sotterranei che affiorano a tratti nel paesaggio urbano e soprattutto nell’immaginario collettivo. Roma, più di altre città, è costruita sulla coesistenza di ciò che resta e di ciò che non c’è più, e Pasolini ha avuto la capacità di rendere visibile questa dialettica.

 

L’eco delle sparizioni persiste innanzitutto nello spazio. Anche laddove i luoghi sono stati trasformati, inglobati o normalizzati, rimane spesso una dissonanza: un quartiere apparentemente ordinario conserva nella sua struttura, nella sua toponomastica minore, nelle sue fratture urbanistiche, il segno di una storia rimossa. Camminare oggi in certe zone della periferia romana significa attraversare superfici pacificate dietro cui si avverte una perdita non elaborata. È qui che la letteratura di Pasolini agisce come una contro-memoria: non restituisce ciò che è scomparso, ma ci insegna a percepirne l’assenza come dato significativo.

 

La persistenza è anche linguistica e simbolica. Le parole, i nomi, i gesti fissati nei testi pasoliniani continuano a circolare, spesso separati dai luoghi che li hanno generati. In questo senso, la Roma di Pasolini sopravvive come repertorio immaginativo: un archivio emotivo e culturale che riaffiora ogni volta che si parla di periferia, di marginalità, di mutazione urbana. È un’immagine che rischia talvolta di essere cristallizzata o semplificata, ma che conserva una forza perturbante proprio perché ci mette di fronte a ciò che abbiamo perduto senza sostituirlo davvero.

 

C’è poi una persistenza più sottile, che riguarda il modo di guardare la città. Pasolini ci ha lasciato uno sguardo critico, inquieto, incapace di accettare il presente come dato naturale. Anche se i suoi luoghi non esistono più, il suo modo di interrogare lo spazio urbano resta attuale: leggere la città come corpo storico, come campo di forze, come luogo di conflitto tra sviluppo e vita. In questo senso, le sparizioni non sono solo un fatto del passato, ma una chiave per comprendere il presente.

 

Infine, l’eco di ciò che è scomparso abita l’immaginario collettivo come nostalgia irrisolta, ma anche come domanda politica ed etica. Pasolini non ci invita a rimpiangere semplicemente ciò che non c’è più, bensì a chiederci che cosa, nel processo di trasformazione, è stato sacrificato. Le sue Roma perdute continuano a parlarci perché non sono mai state davvero sostituite da una nuova idea condivisa di città. Ed è forse in questa mancanza, più che nella memoria, che la loro presenza continua a farsi sentire.

 

L’autore

 

Daniel Raffini è assegnista di ricerca e docente a contratto presso Sapienza Università di Roma. Si occupa di Letteratura italiana contemporanea, Letterature comparate e Digital Humanities. Tra i suoi oggetti di studio c’è la ricezione delle letterature straniere nelle riviste italiane tra le due guerre, i rapporti tra letteratura e intelligenza artificiale e vari autori italiani contemporanei (Lalla Romano, Pier Paolo Pasolini, Vincenzo Consolo, Gianni Celati, Juan Rodolfo Wilcock, Luciano Bianciardi).

 

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