Shahrazad, Baghdad e le voci di chi resiste: in questo approfondimento, Carolina Paolicchi ci accompagna in un viaggio tra narrazione, memoria e rivoluzione quotidiana.
A Baghdad con Le Mille e una notte è disponibile in tutte le librerie e negli store digitali da maggio 2025. La copertina è firmata dalla nostra art director Claudia Intino, che ha saputo restituire lo spirito del libro con un’immagine intensa e suggestiva.

QUANDO SHAHRAZAD INCONTRA BAGHDAD: LA SORELLANZA COME RESISTENZA
Un viaggio nella città irachena attraverso le voci di chi la abita, tra narrazione, memoria e rivoluzione quotidiana.
Cosa succede quando le Mille e una notte smettono di essere una favola esotica e diventano chiave di lettura per comprendere una città viva, contraddittoria, piena di ferite e di forza? A Baghdad con Le Mille e una notte. Storie di sopravvivenza e rivoluzione è un libro nato dall’ascolto. Sullo sfondo, la figura di Shahrazad si fa simbolo di sorellanza attiva, di un’alleanza tra donne che usano la parola per salvarsi insieme. In questa Baghdad narrata senza filtri né idealizzazioni, la resistenza si costruisce con le storie – e passa, ancora una volta, da voce a voce, da sorella a sorella.
La prima volta che ho incontrato Shahrazad avevo cinque o sei anni. Ero a casa di un’amica. Come in tutte le case degli anni Novanta, la televisione era sempre accesa, in un sottofondo continuo di programmi e pubblicità. A un certo punto, la mia attenzione viene catalizzata dalla sigla di un cartone animato dal ricordo orientaleggiante. La sua protagonista è una ragazza dalla chioma folta, circondata da un mondo a metà tra sogno e magia. Mi rimane impressa nella mente.
Venticinque anni dopo, sono da Ridha Alwan, uno dei caffè più famosi di Baghdad. Davanti a me è seduta R. Ha all’incirca la mia età. La carnagione chiarissima del viso rotondo risalta ancora di più vicino al verde scuro dell’hijab che le incornicia il viso e al rossetto che le colora le labbra di corniola. Mi sta raccontando un ricordo della sua infanzia a Baghdad, quando a cinque o sei anni guardava alla TV un cartone animato, con protagonista Shahrazad.
Mi sorprende come, cresciute a tremila chilometri di distanza, condividiamo lo stesso ricordo.
Sono arrivata a Baghdad da poche ore, R. è la prima persona che sto intervistando. Appena si è seduta, R. ha voluto mettere in chiaro le sue condizioni: è disposta ad aiutarmi, ma devo raccontare Baghdad “come è”, con il bello e il brutto, senza romanticizzazioni o orientalismi, senza drammatizzazioni. Sa bene come è stato il racconto dell’Iraq da parte dell’Occidente negli ultimi decenni, e immagina come la mia visione del suo Paese sia deformata da questo. Le spiego il progetto, le dico che vorrei che mi raccontasse la “sua” Baghdad, come l’ha conosciuta da bambina, come la vive adesso da adulta. R. cambia espressione, da accigliata diventa entusiasta: non vede l’ora di mostrarmela.
Prima, durante e dopo la scrittura mi sono chiesta molte volte se, e in che misura, fosse possibile leggere Baghdad attraverso la lente delle Mille e una notte, che vede ambientate tra le sue strade molte delle storie. Soprattutto, mi sono chiesta se fosse giusto farlo, o se non fosse invece una forzatura da parte di un Occidente che ancora non sa come maneggiare questo Iraq, scisso tra una visione violenta e drammatica, legata alla dittatura e al terrorismo, e una pittoresca, velata da una patina di favola. Due Iraq antitetici. In mezzo, tutta la vita di chi lo abita nella quotidianità.
Nello scrivere ho cercato i punti di convergenza tra luoghi e storie: quelle che si mescolano al mito da una parte, quelle che sono passate ai libri di Storia dall’altra, in quel punto in cui memoria personale e memoria collettiva si toccano e si mescolano. E ho cercato di farlo attraverso le voci di chi mi ha raccontato il proprio Paese e i propri luoghi, sottraendo per quanto possibile la mia: Baghdad non ha bisogno di essere spiegata, vuole raccontarsi da sola.
R. mi domanda se conosco la storia delle Mille e una notte. Le dico una bugia: voglio che me la racconti come se non la conoscessi. Voglio ascoltare la sua versione, con la stessa postura con cui intendo farmi raccontare la sua città: come se non sapessi niente, per darle tutto lo spazio che vorrà prendere. Questa stessa scena si ripeterà molte volte, con persone diverse, e ogni volta la storia si fletterà leggermente a seconda del narratore o della narratrice. La base sarà sempre la stessa: un sultano che scopre il tradimento della moglie decide di ucciderla, e di prendere da lì in avanti in sposa ogni sera una nuova vergine, per poi ucciderla al mattino. Shahrazad è la figlia del visir, una giovane donna estremamente colta. Un giorno, Shahrazad convince il padre a darla in sposa al sultano. Chiede poi aiuto alla sorella minore, Dinarzad: dovrà stare nella camera nuziale, e quando la notte di nozze si sarà consumata, dovrà chiedere a Shahrazad, con il consenso del sultano, di raccontarle una storia per ingannare il tempo fino al mattino. Così accade, e Shahrazad comincia a raccontare una lunga serie di storie che si interrompono all’alba sul più bello, costringendo il sultano a tenere in vita Shahrazad fino alla notte successiva per conoscere il finale. Questo inanellamento andrà avanti per mille e una notte, al termine delle quali il sultano sarà un uomo cambiato, e deciderà di risparmiare la vita di Shahrazad e di tutte le altre donne del regno.
Nell’ascoltare queste decine di versioni, mi salta all’occhio un filo rosso che le collega tutte: l’identificazione di Shahrazad con la città di Baghdad – e con l’Iraq in generale – come se la città fosse un’incarnazione del racconto stesso: un continuo raccontarsi per sopravvivere, per mantenere la propria memoria e identità, in una storia iniziata nel 727, anno della sua fondazione da parte del califfo al-Mansur, superando secoli di invasioni, dominazioni e dittature, in attesa di una nuova epoca d’oro.
Un altro elemento che non posso ignorare, quando è una narratrice a raccontarmi questa storia, è il legame che si crea tra Shahrazad e un senso di sorellanza che arriva fino a noi e ci unisce, nel mito come nelle nostre vite geograficamente distanti che le narrazioni hanno il potere di riavvicinare. Shahrazad non sta solo cercando di sopravvivere, ma sta cercando di salvare: la sorella, ma anche tutte le altre “sorelle”, a cui è legata dallo stesso destino. E per farlo non può agire da sola, ma ricorre all’alleanza con Dinarzad. Ci si salva insieme, in una pratica trasformativa e radicale, in cui la sorellanza è uno strumento centrale e fondativo, e in cui la responsabilità che ci chiama a raccontare e ad agire, a sopravvivere e a rovesciare le gerarchie, è verso sé stesse e verso l’intera collettività.
— Carolina Paolicchi
L’autrice
Carolina Paolicchi si forma come traduttrice letteraria con una doppia laurea magistrale tra le università di Pisa e di Aix-Marseille, specializzandosi sull’interculturalità in area mediterranea. Prosegue il suo percorso con una formazione in mediazione etnoclinica. Nel 2019 co-fonda Astarte Edizioni, una casa editrice dedicata al Mediterraneo focalizzata su postcolonialità e transfemminismo. Nel frattempo continua l’attività di traduttrice e formatrice. Sta lavorando alla traduzione delle Mille e una notte di Galland.
